29 gennaio è stato l’ultimo dei tre giorni dedicati all’iniziativa “TuttiContano”.

È stato anche per me il giorno più intenso ed emozionante dei tre. Quello in cui il contatto con “i senza dimora” è stato diretto, profondo e vero. Abbiamo camminato, accolto, ascoltato. Abbiamo avuto la possibilità di intervistare, di fermarci e di guardarci negli occhi. E in quegli sguardi abbiamo trovato difficoltà immense, ma anche tanta umanità e una verità che spesso la strada custodisce meglio di qualsiasi altra cosa.

La stazione FS di Palermo

Alla stazione centrale di Palermo, ho avuto la possibilità di ascoltare tre storie. Tre storie diverse. Tre storie che hanno toccato il cuore e acceso interrogativi profondi.

La storia di Stefania

La prima storia è quella di Stefania, una donna di quasi sessant’anni che vive per strada da molti anni. È andata via di casa quando era ancora molto giovane. Stefania è nata a Padova e da tre anni vive in Sicilia, ha scelto Palermo per il clima più mite rispetto al Nord. In questi giorni per la prima volta ha visto piovere tanto a Palermo, e questo l’ha un po’ scoraggiata, ma sa in cuor suo che presto il brutto tempo passerà e le giornate saranno migliori.

Stefania vive girovagando con i suoi zaini e le sue borse, aspetta di compiere sessant’anni per poter richiedere un piccolo sussidio, non per cambiare vita, ma per avere un riparo dove mettere le sue cose, proteggerle dalla pioggia e continuare a girovagare per la città.  È seguita dalla comunità di Sant’Egidio e da altri volontari, in loro ha trovato una famiglia, una casa, degli amici. Stefania parla tanto, è una fucina di parole. Dice di essere una donna buona. Quando ha qualcosa in più, cibo o sigarette, le condivide con chi non ne ha e vorrebbe che anche gli altri facessero lo stesso con lei. A Stefania piacciono tantissimo i würstel e i dolci. Durante la nostra visita qualcuno le ha portato un tiramisù, si è subito appartata in un angolo della stazione per gustarlo, in compagnia di altri, che vivono la sua stessa realtà.

David

Un uomo di circa 40 anni che ho conosciuto proprio grazie a questa iniziativa. Ha vissuto per sedici anni in Inghilterra, è dovuto tornare a Palermo per la morte della mamma. Da ottobre è rimasto bloccato a Palermo, vive in strada, prima nei pressi di Ponte Ammiraglio e poi nei portici della stazione. Non ha più nulla, non ha più nessuno.Non riesce a tornare in Inghilterra perché ha smarrito i documenti, e non ha i soldi per poter provvedere a dei nuovi. Un documento d’identità oggi costa circa 30 euro, e sono tanti per le sue tasche. Cerca, ma non trova lavoro, se non in nero per essere sfruttato a pochi soldi al giorno.

David mi ha anche detto che:

“In Inghilterra la vita per noi di strada è diversa. Ci sono tante possibilità di lavoro, figurati che durante il Covid avevamo anche degli alloggi in albergo dove poter stare. Qui, durante l’uragano che c’è stato nei giorni scorsi, nessuno si è preoccupato di trovare un riparo caldo per noi che siamo in strada. Quella notte mi sono trovato a camminare per ore sotto la pioggia e al freddo, con tutte le coperte bagnate, senza un posto dove poter andare”.

Il suo sogno? É quello di tornare in Inghilterra. David parla molto bene l’inglese e mi ha aiutato anche tradurre meglio l’inglese di Navdeep.

La storia di Navdeep

La storia di Navdeep è forse la più dura da raccontare. Navdeep é un ragazzo indiano di circa 35 anni. Navdeep ha un tumore e i medici gli hanno detto che gli restano circa sei mesi di vita. Navdeep ad un certo momento mi chiama in disparte e mi chiede se ho  carta e penna, mi chiede anche la data del giorno in cui ci trovavamo, si siede a terra e scrive qualcosa, poi mi mostra il foglio e mi fa vedere due date: aveva scritto sia la data del giorno corrente, uno spazio bianco, e la data che sarà fra sei mesi, ovvero l’arco di tempo che lo separava da quella sera al momento che pensa possa essere l’ultima data della sua vita su questa terra.

Credo volesse in qualche modo rendermi reale e scandire quel tempo, ormai così breve, come breve era lo spazio che aveva tralasciato tra le due date che lo separano dalla sua fine. Navdeep ha vissuto in diverse città italiane, e mi diceva che in quanto straniero e senza dimora, non è mai stato trattato bene, neanche dalle istituzioni. Navdeep ha subito diversi furti, tra cui il telefonino che gli permetteva di parlare con sua madre e i documenti. Navdeep vorrebbe riavere anche lui dei nuovi documenti, ma trova tanta difficoltà malgrado abbia fatto una denuncia.

Il suo desiderio?

Quello di tornare in India per riabbracciare sua madre, sapendo che probabilmente non la rivedrà più. Una storia tragica, che ha toccato il cuore di tutti. Eppure Navdeep ha una forza incredibile. Dice continuamente a tutti:

«I am strong» sono forte, volendo in qualche modo rassicurare i nostri visi rattristati dalla sua storia. Navdeep ha tanta fede nel suo dio, lo prega tanto e dice che presto sarà con Lui a pregare. Gli ho chiesto di pregare anche per tutti noi, e lui mi ha risposto: «Lo faccio già, prego sempre per tutti». L’ho ringraziato con visibile commozione, poi si è chinato verso di me poggiando la sua testa sul mio petto e  toccando con la mano il mio ginocchio. Mi ha spiegato che é una pratica profonda di tradizione indiana, non è un semplice saluto, ma un atto rituale di profondo rispetto, umiltà e devozione, per la persona che ti sta accanto.

Crie TuttiContano

Ringrazio la Croce Rossa e l’iniziativa TuttiContano, perché mi hanno permesso, ancora una volta, di vivere un’esperienza profondamente umana, di poter entrare in storie, sguardi e cuori sofferenti. Perché ciò che queste persone ci chiedono, in fondo, è semplice: essere viste ed essere ascoltate.

Basterebbe poco per fare un po’ di bene. Quando siamo per strada, quando siamo in città, quando siamo al caldo nelle nostre case e fuori piove, c’è vento e fa freddo…

Ogni tanto il nostro pensiero dovrebbe andare a loro. E magari scendere, fermarsi, parlare. Scambiare quattro chiacchiere. E se dovessimo incontrare qualcuno particolarmente nervoso, che ci rifiuta, che è aggressivo…Impariamo ad ascoltare anche cosa ci dice quell’aggressività. Perché è probabile che dietro quella rabbia si celi una persona che è stata a sua volta rifiutata più volte dal mondo che lo circonda. Impariamo ad essere buoni ascoltatori. Non solo bravi a guardare, ma anche a saper ascoltare e ad ascoltare con le orecchie del cuore.

Perché queste persone non ci chiedono miracoli. Ci chiedono presenza. Ci chiedono di non voltare lo sguardo. Ci chiedono di non attraversare la strada per evitare il loro dolore. La povertà più grande non è vivere per strada. È essere ignorati. È diventare invisibili. Finché continueremo a chiamarli “senza dimora” senza chiamarli per nome, finché li vedremo come un problema e non come persone, finché il loro freddo non ci farà più tremare…

Avremo perso qualcosa anche di noi stessi. Ognuno di loro conta. Conta Stefania, conta David, conta Navdeep.

E contiamo anche noi, nel momento esatto in cui scegliamo di fermarci, ascoltare e restare umani.

Massimo Tirri

(Volontario CRI Palermo – Staff Comunicazione )

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